Talla M’Baye

Da noi quando sei il primo figlio, sei maledetto, perché tocca te.

Mi chiamo Talla M’Baye, ma tutti qui mi chiamano Max. Fra un po’ anche mia moglie comincia a chiamarmi Max. Sono nato in Senegal nel 1963. Sono nato molto povero e ancora adesso lo sono. Sono nato in un villaggio, dove non avevamo l’acqua, ma avevamo i pozzi e si andava prenderla con l’asino. Era un villaggio di campagna nell’interno del Senegal, dove le case erano fatte di paglia. Quando avevo due anni mio papà si è spostato nella capitale, perché in quegli anni l’agricoltura non andava bene. Dopo un anno ha portato anche me e mia mamma. Ho iniziato la scuola elementare a Dakar e ho terminato le secondarie alla scuola francese. Mi ricordo ancora il primo giorno di scuola, eravamo in 50 bambini, tutti messi insieme e in uniforme. Mi alzavo la mattina e andavo a scuola insieme agli altri, perché non ci portavano i genitori; andavamo da soli. Io sono cresciuto in un quartiere di Dakar che praticamente è un villaggio di pescatori, quindi appena usciti da scuola si andava a pescare. Era una vita molto tranquilla. Dopo il diploma ho fatto due anni di giurisprudenza all’università, ma non ho finito perché mi mancavano i soldi. Avevo la consapevolezza che lì non riuscivo a fare niente. Avevo visto i più grandi di me che avevano studiato ed erano lì a fare niente. Sicuramente se avessi trovato il lavoro subito dopo gli studi, forse non sarei qua, mi sarei fermato. Non potevo pesare sulla mia famiglia, da noi quando sei il primo figlio sei maledetto, perché tocca te. Sei il primo figlio e, quando il papà si ritira, tocca a te tirare su la famiglia. E questo è toccato a me, ho tirato su la famiglia veramente. Ho fatto viaggiare i miei fratelli ognuno in un posto diverso, così adesso loro mi danno una mano ad aiutare giù. Da bambini ti fanno crescere con quest’idea qua e quando hai 18 anni hai già una responsabilità sulla tua testa molto grande. Perciò ho deciso di venire in Italia.

 

Dov’è il Nord?

Io sono entrato in Italia nel 1986, ho preso la nave, sono passato per la Tunisia e poi sono arrivato a Cagliari. Appena sceso dalla nave, in Largo Carlo, ho visto quasi venti senegalesi tutti in fila uno dietro all’altro con le bancarelle per terra, sono sceso della nave e ho chiesto di un mio parente che viveva in Sardegna. Mi hanno detto di aspettarlo, che sarebbe tornato a mezzogiorno. Allora io sono rimasto lì e ho visto com’era il nostro modo di lavorare: queste bancarelle messe per terra aspettando di vedere il primo vigile e scappare. E quella cosa è successa mentre ero lì ad aspettare. Avevo le mie due valigie e a un certo punto ho visto tutti i miei connazionali scappare. Non sapevo cosa stava successo, ma ho preso le valigie e sono scappato anch’io. Qui mi sentivo sminuito a fare certi tipi di lavoro perché ho visto come rispondevano gli italiani e come anche noi eravamo troppo invasivi. Allora, mi sentivo male e ogni volta che andavo a vendere litigavo se mi rispondevano male, non avevo la pazienza e reagivo, non riuscivo a fare niente. Ogni sera, i miei amici che facevano questo lavoro tornavano a casa e portavano i soldi, ma io non portavo mai niente perché il mio carattere faceva sì che non riuscivo a vendere proprio niente. Non stavo bene in Italia e ho provato ad andare in Tunisia per vedere se funzionava, ma dopo un anno son ritornato in Sardegna. Per fortuna ho trovato un certo signor Pino, che era sardo, che importava i prodotti Avant dall’America e andava in giro per la Sardegna a venderli. Poi ho conosciuto una signora che aveva un albergo alla Maddalena e mi ha proposto di lavorare per lei e mi ha dato anche la casa. Erano lavori saltuari: lavoravo tre mesi o quattro mesi poi dopo finiva. Questa è stata la motivazione per la quale ho deciso di andarmene dalla Sardegna. In Sardegna ho avuto molti amici, come Giuseppe Muscas. Con lui ero molto legato e ho fatto la mia prima vacanza. Siamo andati a Roma per 15 giorni, è stato bellissimo. Abbiamo anche visitato il Vaticano. Però io sono musulmano e dovevo stare attento perché lì c’era la telecamera. Al mio paese ogni domenica fanno vedere il Vaticano perché ci sono anche i cristiani. Allora io mi ricordo che ogni volta che girava la telecamera io andavo sotto, mi nascondevo, perché pensavo che magari in Senegal i miei genitori vedendomi lì potessero pensare che avevo cambiato religione. Insomma, ci siamo divertiti! Un’estate ho conosciuto due ragazze di Seregno che mi han parlato del Nord. Dicevano che c’era lavoro, che era diverso dalla Sardegna. Alla fine me ne sono andato dalla Sardegna con un mio amico. Abbiamo preso la nave per Genova e poi il treno fino a Milano. Quando siamo arrivati a Milano abbiamo chiesto: “dov’è il Nord?”. Poi siamo arrivati a Cesano e c’era la neve, era la prima volta che la vedevamo. Ma non sapevamo dove dormire e abbiamo chiesto all’albergo della Felicità qui di Cesano. Ci han risposto che non c’era posto, allora siamo andati un po’ in giro per capire dove metterci a dormire. Dopo fortunatamente il signore dell’albergo ci ha fatto dormire dicendoci: “Però rimanete solo una notte”. Quelle ragazze di Seregno sono venute a Cesano e ci hanno aiutato a fare i primi passi qui. Sono passati 28 anni e ancora ci vediamo e ci sentiamo. In quegli anni era veramente molto facile trovare il lavoro. Da una notte siamo rimasti all’albergo della Felicità per un anno, avevamo il lavoro e la possibilità di pagare l’albergo, quindi non c’era motivo di cacciarci via, siamo rimasti lì fino a quando ho avuto la proposta dell’immobiliare Snia. E allora mi sono trasferito qua.

 

Il primo immigrato a trovare lavoro alla Snia.

Il primo lavoro l’ho trovato a Verano Brianza, come saldatore. Appena arrivato, mi sono messo a cercare lavoro, non tramite l’ufficio di collocamento, ma bussando porta a porta come avevo imparato in Senegal. Lì mi ha tenuto per un po’ di tempo, ho imparato bene a saldare. Verano Cesano però era lontano e ho trovato posto alla Tosoni e Pandolfi nel ’93. Quell’anno ho avuto un infortunio sul lavoro, dove mi sono tagliato le dita. Non avevo esperienza con i macchinari. Dovevo tagliare pezzi da 2 cm uno dall’altro e ho fatto uno sbaglio, sono rimasto schiacciato dai pistoni che mi hanno portato via due dita. Fortunatamente ero in regola, fin adesso mi pagano una pensioncina. Io non ho mai lavorato in nero in Italia, ho sempre pagato i contributi. Adesso mi sono trovato con un bel po’ di anni di contributi e questo mi ha aiutato. Alla Snia ho cominciato a lavorarci perché ero in contatto con l’azienda. La Tosoni e Pandolfi era una ditta che faceva manutenzione proprio dentro alla Snia di Ceriano Laghetto. Non riuscivo più a fare il lavoro sensibile, allora mi hanno messo a fare la manutenzione, proprio dentro la Snia. A un certo momento ho preso coraggio sono andato dal mio capo, mi sono licenziato e sono entrato in Snia come operaio semplice. Dopo un anno mi hanno promosso e mi hanno fatto diventare capoturno e ho ricoperto quel ruolo fino al 2006. Sono venuto a lavorare alla Snia di Cesano, perché un capoturno era andato in pensione e avevano bisogno di uno che era già pronto. Ho lavorato qua per 5 anni al reparto di polimerizzazione che poi ha chiuso e mi hanno spostato in filatura. Anche la filatura è durata un anno e poi ha chiuso. Allora mi hanno messo in cassa d’integrazione e ho aperto un phone center qua in Via Lucania che è durato due anni e poi è andata male. Nel frattempo, mi hanno chiamato a Bollate, dove sto lavorando ancora e sono diventato delegato sindacale per la CGIL. Quando sono arrivato alla Snia i primi anni vivevo in affitto, vivevo insieme a un signore marocchino che si chiamava Claudio con cui lavoravo alla Pandolfi. I primi momenti, devo essere sincero, il Villaggio era costituito da tanti immigrati italiani che capivano la nostra situazione di primi immigrati stranieri. Adesso è molto diverso, ma allora eravamo veramente molto ben visti. Io parlo per me, mi volevano un sacco di bene. Questo, devo essere sincero, forse perché ero il primo oppure non lo so, forse perché non eravamo tanti. A me però han veramente sempre voluto bene. Forse anche perché ho lavorato Snia, ero il primo immigrato a trovare lavoro lì. Alla Snia c’erano tanti vecchi, che già lavoravano dentro la fabbrica e vivevano al Villaggio; questo ha fatto sì che socializzassimo. Adesso non abito più qua, perché da tre anni abito a Cesano, vicino alla stazione, però i contatti sono rimasti, non è cambiato niente. Il mio amico, quello con cui son venuto su dalla Sardegna, adesso è tornato in Senegal. Io sono rimasto qua, mi sono sposato e ho fatto i figli. Ne ho avuti tre.

 

Ci vuole un punto d’incontro

In Senegal ci tornerei domani. Non perché non mi piace più l’Italia, però io dico sempre ai miei figli, che sono nati qua, non potrete mai avere il legame che io ho con il Senegal. È impossibile. Adesso non posso lasciare perché sto lavorando e ho i figli da tirare su. Appena prendo la pensione, me ne vado. I miei figli sono nati qui, non posso non dare a loro la cultura italiana perché comunque vivono in Italia, però non posso neanche non dare loro la cultura senegalese. È la loro. In alcuni momenti è stato difficile: loro non riuscivano a capire perché io insistevo su certe cose. Per esempio sull’imparare la lingua; ma non riuscivano a capire perché io lo dicevo. Quando li portavo giù, andavamo in campagna, non riuscivano a capire perché. Quando venivano qua mi raccontavano delle cose che trovavano a scuola e io ero contrario perché giù sono stato educato in un certo modo e qui l’educazione è in un’altro modo. Io vedevo qualche volta delle contraddizioni tra le cose che io sapevo e quelle che i miei figli dovevano imparare. Quindi, la questione era: sono io che devo adattarmi o loro devono adattarsi. Sono arrivato alla conclusione che dobbiamo trovare un punto d’incontro. Un po’ lo prendete dall’Africa e un po’ lo prendete dall’Italia, e fate una cultura perché non potete non essere africani, siete africani, però non potete neanche fare gli africani in Italia, quindi ci vuole un punto d’incontro. Non so se sono riuscito su questa cosa qua, però è vero che si trovano bene quando sono qua e vedo che si trovano bene anche quando vado giù.