Reano Guazzarini

L’immigrazione dalla Romagna

Mi chiamo Reano Guazzarini, sono nato nel 1950 a Mercato Saraceno, ho vissuto da bambino a Serra in Tornana in provincia di Forlì, siamo venuti al Villaggio Snia quando io avevo 8 anni. In Romagna c’era solo la miniera dello zolfo, i miei genitori avevano là i loro genitori, la terra, facevano i contadini, a loro non mancava niente, ma la mia mamma non era contenta di vivere in questo posto di contadini. Poi la miniera è diventata pericolosa e li hanno mandati via, a Milano, a Torino, in Francia. Mio papà si è fermato qui alla Snia e ha avuto fortuna, ha avuto un lavoro, la Snia gli ha dato una casa e loro hanno vissuto benissimo. Mia mamma non voleva fare la contadina e mi ha detto: “Vai su! Trovati un lavoro in un’industria che io la contadina non la voglio fare” Io ho fatto le elementari un po’ giù al paese e un po’ qui alla Snia, dopo le medie ho fatto un po’ di lavori, cioè andavo a raccogliere le mele dall’“ebreo”, sono andato a raccogliere carbone e a portarlo con mio papà, perché c’è stato un momento che a Cesano c’era il carbone. Poi ho fatto il militare e dopo la scuola alberghiera, perché sin da bambino avevo in mente di fare il cuoco e oggi che ho 64 anni faccio ancora il cuoco. La scuola alberghiera c’era solo a Milano, così vivevo in pensione tutta la settimana per frequentare la scuola. Ci sono rimasto fino ai 32 anni per lavorare, una volta finita la scuola. È stata dura separarsi dai miei perché io ero un “mammone”, ero molto attaccato ai miei genitori.

 

La vocazione

Poi sono tornato a Cesano, ma prima di aprire il mio ristorante ho lavorato in mensa alla Snia per otto anni. Facevo il cuoco e preparavamo 1.800 pasti, impiegati e operai su quattro turni. L’ho fatto perché preferivo lavorare vicino a casa. All’inizio non avevo le forze per fare tutto e quindi ho iniziato come “secondino”, secondo aiuto cuoco. Era una miniera di lavoro. Mio papà aveva lavorato in miniera giù in Romagna, qui era un’altra miniera a quell’epoca. Tanti rimanevano in mensa, perché pagavano pochissimo. Poi è andato via il capo e l’ho presa in mano io, ma non come cuoco, seguivo le donne nel loro lavoro: erano una trentina, non era facile perché c’era chi aveva voglia di fare e chi no; chi voleva lavorare con l’amica e quando sei con l’amica i lavori non quadravano. Era un giro complesso, ma era vicino a casa, andavo al lavoro in bicicletta e mi davano le chiavi per aprire alle 7 del mattino. Io guardavo le grammature e la carne, dovevo andar d’accordo coi sindacati. Io però andavo d’accordo con il padrone, col sindacato e col direttore. I turni per mangiare erano 4. La mattina alle 9, poi alle 12, l’una e poi dopo c’erano quelli che facevano la notte e che prendevano i sacchetti che preparavano le donne, cioè sempre noi. I turnisti avevano la schiscetta, borsette di dolce o di salato. Il dolce era una brioche, cioccolato e magari un frutto, il salato un affettato, con uno yoghurt. Poi è venuta l’opportunità di questo posto, vicino a casa e abbiamo aperto qua. Ho costruito qui il mio nido. Poi mi sono sposato, abbiamo costruito la casa con i genitori e mio fratello, sopra la Giovanna. Era il momento buono, il lavoro c’era, mio padre aveva molta resistenza e non era di quelli che andavano al bar. Io ero veramente stanco di stare sotto gli altri, volevo qualcosa di mio e quindi ci siamo messi qua: io, la moglie e i figli.

 

La famiglia

Mi sono sposato a 32 anni. Ho conosciuto mia moglie quando ero a Milano, mentre lavoravo in un ristorante sulla Via Durini, lei lavorava in Via Cerva. Lei aveva bisogno di soccorso perché la macchina non andava più e l’ho aiutata e da lì è partita la nostra fiamma. Io avevo la casa a Cesano Maderno e lei in un primo tempo non voleva venire qua, spostandosi da Milano. E’ stata un po’ dura i primi anni. La casa era vuota ancora. Però lei faceva la sarta e ha subito trovato da lavorare per i negozi o in sartoria. Poi sono venuti i figli. E’ nato Luca, poi la Lara e la Claudia. E abbiamo aperto il ristorante e ci siamo impiccati. Scherzo, perché riusciamo a Luglio e a Gennaio a fare le nostre vacanze. Anche se il lavoro è un po’ sacrificante: come orari; sopportare la gente; c’è sempre quello che non paga; a volte bevono una birra e poi scappano fuori. Per questo ho tolto i tavoli all’esterno: mangiavano e scappavano via. Abbiamo messo l’aria condizionata e creato l’angolo fumatori. Così la gente non esce a fumare anche se tanto i furbi ci sono lo stesso.

 

Il cambiamento

Ai tempi alla Snia c’erano diversi ristoranti: io, il tabaccaio “l’esperto”, il Comi, c’era il Cral dentro la Snia. E poi c’era anche il tennis, dove mio padre la sera faceva il custode, dopo le sue otto ore di lavoro. Per com’era, sembrava un sogno, ma dalla Snia uscivano anche degli odori brutti e cattivi. Nocivi. Era molto pericoloso, ma a quell’epoca, stranamente, tutto andava bene anche se era tremendo. Abbiamo vissuto sulla via Friuli, che era come un tubo, veniva proprio dritto, ma nessuno guardava niente. E non c’era solo la Snia, c’era l’Irca, che era un altro problema, perché faceva catrame, mentre la Montecatini era un po’ più in là. Comunque il quartiere era molto vivo, c’erano i negozi, i mercati, la macelleria, i dottori, le suore, il tennis. Era tutto pieno, non c’era un buco libero! Poi in un attimo la chiusura della Snia ha fatto crollare tutto. La gente ha cominciato ad andare via, sono arrivate persone da “fuori”. Certo, quando son venuto io dalla Romagna tutti ci dicevano “terroni”, perché loro, questi lombardi, non ci volevano qua. Ora i lombardi non ci sono più, sono di più gli stranieri. Ma anche i primi anni qua arrivavano da fuori, come l’“ebreo” che raccoglieva la frutta e chiamava la gente a lavorare perfino da Napoli.