Ilario Radice

Il Villaggio ai tempi del fascismo

Mi chiamo Ilario Radice e sono nato nel 1927 a Carimate. Mio papà faceva il panettiere e visto che non aveva lavoro al mio paese prima siamo andati a Como e da Como ci siamo trasferiti a Cantù. Poi da Cantù siamo venuti qua al Villaggio, però c’è un fatto: Mussolini, a quei tempi, per far che ognuno stesse al suo posto, non ti dava il permesso di uscire dalla provincia. Noi abbiamo fatto di tutto perché mio papà poverino non sapeva più come fare: il lavoro era quello che era e qui la fabbrica andava bene. Così ha fatto comunque domanda, anche se non poteva. È stato preso in un reparto ausiliario, dove facevano la lana con la caseina e la adoperavano per i militari. Per quella faccenda del reparto ausiliario Mussolini ci diede il permesso di venire qui. Siamo venuti qui nel 1938. Le case qua le hanno finite nel 1922 e le hanno cominciate nel 1915. In pochi sanno che i soldi ce li ha messi un po’ Marinotti, il presidente della Snia che è anche quello che ha fondato il villaggio, e per tre quarti li ha messi Mussolini. Quando sono venuto qua sono andato ad abitare al numero 21. Sono stato il primo che ha aperto il numero 21. Le altre case andando in giù erano tutte chiuse, perché le persone non erano ancora arrivate. A quei tempi la Chiesa parrocchiale non c’era e noi andavamo in una cappella, dove c’era il convitto e dove stava mia moglie. Lì dove ora c’è la Chiesa, era tutta una pineta. Quella strada che porta a Seveso era chiamata la strada del carbone perché è stata fatta col carbone, con l’antracite. Io e i miei amici andavamo a raccogliere gli scarti perché le caldaie in quel periodo andavano a carbone. Lì dove c’è il centro sperimentale c’era la casa dei Donelli che venivano da Lodi, poi è venuto il primo prete, un certo don Camillo. Poi è andata a finire che hanno fatto la Chiesa ed è andato tutto alla parrocchia, han tirato giù la pineta e hanno tirato su i pali e fatto tanti orti. Nelle stesse case io ho fatto la quarta e la quinta elementare, perché la scuola era all’ultimo piano di una di queste. Quelli di Cesano chiamavano il quartiere “il Cairo” perché c’erano famiglie di tutte le regioni. Oppure lo chiamavano “Il milanin” perché noi avevamo il gabinetto interno, proprio come a Milano, mentre loro l’avevano sulla ringhiera o in cortile.

 

Il problema del lavoro trasversale alle generazioni

La fabbrica, non è una barzelletta, è sorta nel punto i cui Marinotti con un certo Valletti sono caduti in un fosso di campagna e sono stati aiutati da dei contadini , senza volere alcuna ricompensa. Mio papà lavorava al fiocco poverino, poverino perché veniva a casa sempre con gli occhi chiusi perché nelle lavorazioni si adoperava il sulfureo di carbone. A un certo punto l’hanno licenziato loro perche non ci vedeva più. Le case la Snia te li dava in base al contratto di lavoro: quando uno se ne andava via dalla fabbrica, quindi era senza contratto, doveva lasciare anche la casa. Così per non lasciare l’alloggio, nel 51 sono entrato io in fabbrica. Avevo già un’infarinatura di meccanica, così mi hanno messo in officina generale. In Snia ho lavorato 30 anni e l’ho lasciata nell’80, con la legge dei 35 anni del ministro Scotti. Altri 5 anni di lavoro li ho fatti a Cesano, dal Maggioni, quello che faceva le biciclette. Io ho lasciato la fabbrica quando aveva 1800 persone. Nel gruppo Snia eravamo in 32mila. Allora c’erano Cesano, Varedo, Ceriano Laghetto, Pavia, Magenta, Torino-Stura, Tor Viscosa, in provincia di Udine, che prima era una palude bonificata da Mussolini: ha costruito tre canali che dal mare portano l’acqua in paese. Lì facevano la produzione, con le piante di pioppo, poi facevano il fiocco e il rayon. Ho fatto 25 anni nel sindacato. Ero nella commissione interna della CISL però l’ho lasciato 10 anni prima perché vedevo delle cose “storte” e mi impedivano di parlare. Così prima che mi facessero fuori loro mi sono tirato fuori io perché eravamo troppo quinte colonne. A un certo punto la fabbrica ha dovuto chiudere. Al tempo il sindacato ha tirato troppo la corda: Ia situazione era troppo a favore del lavoratore e adesso i padroni la fanno pagare. Io ho avuto il coraggio di dirlo in una riunione. Quel che è successo è che hanno spostato la fabbrica in Spagna, perché in Spagna c’era il 22% in meno di costo sulla manodopera. La Nystar in Spagna lavora il filo d’oro, mentre qua di stoccaggio non ne avevano. Però hanno fatto in quei momenti là 80 milioni di debiti. Allora è subentrato un certo Radici che aveva la fabbrica anche lui e voleva comprarla. Però hanno detto che se voleva comprare la fabbrica con 8000 persone, doveva assumersi anche i debiti. E non l’ha comprata. E così hanno lasciato a casa il mio primogenito, che si era fatto i 35 ma ha dovuto aspettare i 40 di contribuiti. Quell’altro ha fato i 22 anni con la NYSTAR. Adesso parte da Baruccana fino ad Arese in una fabbrica di tessuti a 5,60 euro all’ora però almeno l’hanno messo in regola. Lo chiamano solo quando c’è il lavoro. Sono stato sotto sei direttori generali, però l’unico per me rimane il Sigismondi. Era un uomo severo però era giusto. Una volta ho dovuto richiamarlo: viene in officina meccanica, perché aveva fatto arrivare uno di quei trapani a bandiera, ma il giorno dopo non c’era già più. Allora il Sigismondi chiama il capo dell’officina e fa “entro domani deve venire fuori il trapano”. Mi chiamano anche me e gli dico “Dottore guardi quel trapano lì non lo possono portar via gli operai”. Lui ha cominciato a irrigidirsi. “Perché non ci sta in tasca” gli dissi. Dopo due giorni il trapano era rientrato. Dal giorno dopo ha preteso che nessuna automobile entrasse in fabbrica. Venivano dentro solo quella del capo del servizio lavoro e la sua e basta. In quella casa lì in via Marconi c’era l’asilo nido e lui amava i bambini. Tant’è che all’epoca aveva fatto un lascito di 700mila lire al Comune proprio per la scuola.