Gabriella Favarato

Ridiventare famiglia

Mi chiamo Gabriella Favarato e sono nata nella provincia di Padova nel 1942. Sono rimasta orfana di padre durante la guerra, mio padre è morto nel 1945. All’epoca mia madre lavorava come magliaia e faceva guanti e calze per i militari. Rimasta vedova e, dopo la fine della guerra, anche disoccupata ha trovato un posto alla Snia di Cesano Maderno grazie a mia zia, la sorella di mio padre, che lavorava già a Cesano per i Signori Crosti. Il signor Crosti era un delegato Snia e ha fatto in modo che mia madre trovasse posto alla fabbrica. Così dal Veneto si è spostata qui a vivere insieme a mia zia. Io e mio fratello, che era più piccolo di me di tre anni, siamo rimasti con la nonna nel Veneto. Quando io avevo sei anni e dovevo iniziare la scuola, la mamma ha voluto che venissi a studiare più vicino e sono entrata in un collegio di Milano. Ci sono rimasta fino all’età di 15 anni e mia madre, quando poteva, mi veniva a trovare. Io sono arrivata alla Snia quando ho finito il collegio perché prima venivo a casa solo per le vacanze. Però quando abbiamo avuto una casa nostra è stato quando avevo 15 anni e avevo finito la terza commerciale al collegio. Da quel momento sono rimasta a casa e son rimasta sempre alla Snia. Io e mio fratello siamo venuti qui insieme, in pratica lui aveva 13 anni e io ero già a casa dal collegio. Finalmente ci siamo fatti una famiglia, senza mio padre che era già morto da tanti anni, però vivevamo in una casa tutti e tre insieme. Anzi, quando sono venuta a casa dal collegio e mio fratello è arrivato dal Veneto, la mia mamma lavorava e allora per avere qualcuno che badasse a noi, anche se io ero grande, è venuta qua anche un’altra mia zia. Stava a casa con noi, preparava da mangiare. Quando sono tornata dal collegio, non sapevo neanche toccare la cucina. E chi sapeva far da mangiare? All’epoca abitavamo al 38.

 

Spaesamento

Appena arrivata alla Snia non conoscevo nessuno e, con la scusa che ero appena uscita dal collegio, avevo molta paura, ero timida insomma. Non parlavo, mi vergognavo. C’era una mia vicina di casa, la Gianna Cavellini, che abitava sopra di noi. Avevamo la stessa età e ci salutavamo. Ma lei abitando già qui conosceva altre persone. Poi andava al lavoro, all’oratorio, era più espansiva. Già ero timida, poi lavorando a casa non avevo occasione di conoscere nessuno. Non avevo confidenza con nessuno. Ho fatto tre anni così: prendevo la palla e mi mettevo a giocare contro il muro da sola. Mi ricordo una volta che una signora mi ha detto di andare a casa che ero troppo grande per giocare a palla. Ci son rimasta malissimo che me lo ricordo ancora. Io a 15 anni ero ancora una bambina con le calze corte e con la testa del collegio. Adesso che son grande capisco che rispetto a me le mie coetanee erano più smaliziate mentre io avevo paura della mia ombra. Quando andavo a fare la spesa al negozio che c’era vicino a casa mia, saranno stati 20 metri di distanza, li facevo tutti di corsa. Avevo paura di tutto, delle persone, di perdermi. Le case erano tutte uguali e non avevo nessun punto di riferimento per ritrovare casa mia. Ero stata nel guscio del collegio, ma appena fuori ho sentito il disagio come uno che esce dalla galera. Una certa confidenza l’ho presa solo quando ho cominciato a lavorare al Centro Sperimentale dove ho lavorato con tante donne, eravamo in 30. A me è piaciuto subito l’ambiente e così è uscita la mia indole di chiacchierona.

 

Siamo diventate grandi dentro al Centro Sperimentale

Mia madre ha sempre lavorato in fabbrica, c’è stata 25-30 anni e poi è andata a lavorare al Centro Sperimentale pure lei. Difatti quando son tornata dal collegio io avevo la macchina da maglieria a casa, ma non è che si guadagnava molto, e allora mia madre quando avevo 19 anni mi ha detto che assumevano e io sono andata a chiedere di lavorare al Centro Sperimentale, perché mia mamma non voleva che andassi a lavorare in fabbrica, e mi hanno presa. Ho iniziato nel novembre del 1961. All’epoca assumevano tantissimo. Si sapeva quando assumevamo anche tramite i sindacati, non avevi bisogno che nessuno ti raccomandasse. Andavi lì la mattina e parlavi con il capo del personale che diceva: “Tu domani comincerai a lavorare in questo reparto, tu al Centro Sperimentale”. Assumevano tutti. Io son stata fortunata che mi hanno assunto al Centro Sperimentale della Snia perché mi è piaciuto tantissimo. Ero analista tessile, analizzavamo le fibre sintetiche della Snia: il rayon, il nylon. Facevamo i ritiri, cioè mettevamo dei pezzetini di filo in acqua per vedere quanto si ritiravano, oppure misuravamo la resistenza. Analizzavamo i fili bagnati, asciutti, condizionati. Usavamo il dinamometro, mettevamo dentro il filo e segnavamo il valore, segnavamo a che numero si tirava. Dovevamo fare la media di questi valori: se venivano regolari se ne facevano meno, se venivano irregolari se ne faceva di più per avere una media più sostenuta. Si lavorava in piedi, 10 ore fisse alla stessa macchina, con l’aria condizionata tutto il giorno. I dinamometri erano tutti in fila. Poi a volte facevamo anche un altro lavoro, tiravamo le bave. Per misurare la lunghezza del fiocco usavamo dei pettinini. Si paralelizzavano i fiocchi, poi si mettevano su due pettini bene in fila e con una pinza si levavano e si misuravano. I filati che analizzavano erano sempre gli stessi: ryon, nylon e lilion e, negli ultimi anni in cui ho lavorato, era arrivata anche la lycra, quella dei costumi da bagno. Ma per tiare fuori 20 centimetri di filo ci volevano 2 o 3 giorni perché bisognava levare l’elastico con una pinzetta piccolissima. Dovevi smagliare per separare il filo dalla lycra. Era un lavoro di precisione. Se il filo si rompeva, dovevi ricominciare da capo. Ci voleva una santa pazienza. Tutte le mie più care amiche le ho conosciute al lavoro. Siamo ancora amiche e ci conosciamo da cinquant’anni, siamo cresciute insieme. Io ho iniziato a lavorare a 19 anni, ma l’Eugenia e la Dolores a 15 anni. Siamo diventate grandi dentro al Centro Sperimentale.

 

C’erano tutti quelli cui volevo bene

Io mio marito l’ho conosciuto a casa mia. Mio fratello voleva imparare un mestiere ed è andato nella sartoria di mio marito a imparare, lavorava per lui. Non sono andata chissà dove a cercarlo, lui è venuto a casa mia per via di mio fratello e così ci siamo conosciuti. Ci siamo fidanzati nel 1965 e sposati nel 1968. Da fidanzati non avevamo la macchina e per andare al cinema era una tragedia. Intanto dovevamo andare in pullman, ma gli orari erano quelli che erano, tanto ad andare quanto a tornare. Metti che il film durava un’ora e mezza, non potevi mica tornare dopo tre ore perché se no la mamma cominciava con l’interrogatorio e magari avevamo solo perso il pullman. Di solito andavamo da soli, ma fino a che avevo 23 anni c’era sempre con me la zia, la zia palo la chiamavo. Mi faceva da scorta quando andavo alle feste al Biulè. C’era uno al Biulè che era un costruttore, aveva un appartamento e tutte le domeniche si andava lì a ballare, mi divertivo tantissimo anche con la zia palo.Sai allora ci si sposava, la norma era essere vergini quando ci si sposava. La prima a sposarsi tra le mie colleghe della mia età è stata l’Eugenia ed è venuta a raccontarci com’era la storia. Perché non si parlava con le nostre mamme di queste cose. Per noi era tutta una novità.Poi ci siamo sposati e la Snia ci ha dato la casa al 13. Io ero contenta perché ho pensato: “In 10 anni mi faccio la casa”. Perché all’epoca un affitto normale era circa 25.000 lire, mentre noi pagavamo 4.000 lire, quindi c’era un bel risparmio. Quando ci hanno venduto la casa, l’abbiamo pagata 4.000.000. Erano gli anni ’80. Io son stata bene alla Snia. Non m’interessava che li chiamavano i “casermoni”. Lì c’erano tutti quelli cui volevo bene.

 

Avevo tutto: la casa, la macchina e il lavoro. Ero contenta.

Quando ci siamo sposati il mio stipendio lo mettevo insieme a quello di mio marito. La prima cosa che ci siamo comprati, dopo due mesi di stipendio, è stata la lavatrice. Quando i miei zii da parte di padre mi han chiesto che regalo volessi per il matrimonio io ho risposto la televisione perché sapevo che della televisione avrei anche fatto a meno. Perciò come regalo ho preferito il di più, mentre la prima cosa che abbiamo comprato con i nostri soldi è stata la lavatrice, che era necessaria. Noi eravamo tanti: io, mio marito, mia mamma e le mie due zie. Infatti, la lavatrice l’ho messa a casa di mia madre. Sai prima eravamo quattro donne ci si divedeva i compiti al lavatoio, ma quando è arrivato mio marito è stato un carico che prima non c’era e così: lavatrice subito. Al lavatoio ci si divertiva, soprattutto quando ero ragazzina, le mamme ci davano da lavare i fazzoletti e le stupidate e noi andavamo al lavatoio, parlavamo e giocavamo a tirarci l’acqua.La lavatrice è stata la cosa più importante e dopo è venuta la macchina. Anche quella l’abbiamo comprata appena sposati, sarà stato il ’69. Abbiamo comprato una 600 di seconda mano. L’abbiamo pagata 100.000 lire, una stupidata, solo dopo abbiamo cominciato a mettere via i soldi per comprarne una nuova. Siccome eravamo entrambi appena patentati, non volevamo rovinare subito una macchina nuova. La patente l’avevano tutte, tutte le mie colleghe appena sposate han fatto la patente. A dire la verità mi sentivo che prendere la patente era necessario, non è che la usassi molto andando a lavorare alla Snia. Tempo per divertirsi ce n’era poco, soprattutto dopo la nascita di mio figlio: tra lavare, stirare, mettere a posto le cose, arrivavi a casa alle cinque e mezza che era già buio, dovevi fare da mangiare. Insomma non avevo mai tempo. La macchina però la usavamo per andare a fare le vacanze, siamo sempre andati nei lidi veneti. Con il figlio siamo andati a Jesolo, a Sottomarina, a Rosa Pineta. Poi quando mio marito si è ammalato, abbiamo cominciato anche ad andare in montagna per respirare aria buona. Poi abbiamo anche fatto viaggi in aereo. Siamo andati in Sicilia e sono anche andata a New York. Insomma, avevo tutto. Avevo la casa, la macchina, il lavoro. Ero contenta. All’epoca ci si accontentava di poco, non serviva chissà cosa per essere contenti.