Daniele Schiavon

L’infanzia e le scuole alla Snia

Mi chiamo Daniele Schiavon, sono nato a Saronno a inizio giugno del 1972. I miei genitori abitavano alla Snia. Mia mamma era originaria di Artenia, Gemona, in provincia di Udine. Mio papà, invece, è di Trevignano, Montebelluna, Treviso. I miei si sono conosciuti in Svizzera. Erano entrambe emigranti, sono andati a cercare fortuna là. Mio papà era falegname e mia mamma lavorava in una ditta di orologi, tipica industria svizzera. Mia sorella maggiore è nata là. Quando mia sorella ha compiuto tre anni, i miei son tornati in Italia e son venuti qui alla Snia. Era circa il 1969 e sono arrivati qui perché mio papà aveva tutti i fratelli che lavoravano alla Snia. Come tutti gli emigranti, mio padre soffriva molto la mancanza della famiglia. Inoltre quelli erano anni d’oro per la Snia: cercavano personale e assumevano moltissimo. Mio padre è entrato in fabbrica come operaio su turni. Mia mamma, invece, appena si sono trasferiti faceva la casalinga. Dopo ha cominciato a lavorare: prima in una ditta tessile, la Sair di Caronno Pertusella, poi in una serigrafia di Varedo. Siccome lei lavorava, quando ero piccolo mi curava una donna qua della Snia che ai tempi curava 5 o 6 bambini vicini di casa. Questa signora si chiamava Gina Faniglioni e viveva come noi in via Sicilia. Ricordo che mia mamma mi portava al mattino da questa signora che io chiamavo zia. Poi è iniziato l’asilo. Andavo alla Snia, nell’asilo della fabbrica, ma non ero contento. Mio papà mi lasciava e mi trovava sotto le gambe quando timbrava il cartellino perché io scappavo. Volevo lavorare col papà, già da piccolo. Quando ero piccolo, davanti a casa mia c’era un bosco, dove noi bambini giocavamo. Solo più tardi hanno costruito le case. Prima era tutto prato e per noi ragazzini è stato bellissimo crescere in questi prati: facevamo le case sull’albero, le capanne, l’altalena attaccata ai rami. La maestra dell’asilo, la Carmen, era brava, però io non mi adeguavo tanto alle regole. Dopo ho iniziato la scuola elementare, sempre qui alla Snia. La mia insegnante era la Lucia Prezzavento. Me la ricordo benissimo: siciliana, posata, pacata come una mamma per noi. Poi in classe c’erano Franco Calissi, Davide Petracci, Fabrizio e la Cristina, la Rosaria Nostro, Gatto, la Emily, Erica Coppola, la Stefania, la Samantha, Elena di Bella e altri che non mi ricordo più. Mio papà aveva una famiglia molto numerosa: erano 12 fratelli: la maggior parte di loro, circa 6 o 7, viveva qua alla Snia, gli altri, invece, erano rimasti in Veneto. Ci si riuniva spesso con le famiglie: i Natali, i compleanni, il carnevale o solo per guardare Sanremo. Le vacanze, invece, le facevo con la colonia della Snia, a Lignano Pineta. Mi piaceva, anche se mi mancava la mia mamma. Altre volte, invece, per i tre mesi estivi mi potavano da una zia con i cuginetti, nel paese della mamma Artenia, Gemona, Tarvisio perché i miei genitori lavoravano.

 

La vita da camionista e i successivi lavori

Finite le medie ho tentato di proseguire gli studi, ma non andò bene. A quindici anni facevo già l’imbianchino. All’epoca era molto facile trovare lavoro, facevo le mie belle 14 ore al giorno. Ho fatto l’apprendistato lavorando e a 15 anni avevo il mio stipendio. Ricordo che il mio primo stipendio era stato di 700.000 lire. Poi ho fatto l’elettricista che considero il mio primo vero lavoro perché mi avevano assunto. Lavoravo con Giuliano Ferrabue, poi ho lavorato per Romanò. Ho lavorato da lui fino a che non son partito per il militare. Poi, purtroppo, mio papà si è ammalato e, quindi, sono stato mandato a casa in licenza illimitata. Mi è dispiaciuto perché mi piaceva la caserma Passalacqua di Verona; avrei firmato per andare avanti nella carriera militare. Nel campo lavorativo però son sempre stato fortunato senza aver neanche studiato. Dopo l’esperienza con Romanò ho cercato il lavoro che era la mia passione da ragazzino: il camionista. Ho fatto la patente per i mezzi pesanti durante il militare. La prima ditta per cui ho lavorato era a Giussano, poi ho iniziato a Bovisio da D’Angelo. Stavo via tutta la settimana. Dormivo nel camion: ho viaggiato in Olanda, Germania e Francia e facevo le consegne in Puglia. La vita da camionista era bella: sempre in posti diversi, a contatto con tantissime persone italiane e straniere. Il camion era il mio ufficio e la mia casa. Ognuno di noi camionisti aveva il suo camion: ci si dormiva dentro, avevi tutte le tue cose, facevi tutte le tue attività. Quando eri ammalato o quando eri in ferie, il camion lo chiudevi e quando tornavi, lo riaprivi e trovavi dentro tutte le tue cose. Era il tuo camion, personale. Tornerei a fare la vita del camionista, ma è una passione che non lega con la famiglia e i figli. Mia moglie non era contenta, pensava mi piaceva stare in giro a causa sua, ma non era una colpa, fare il camionista è proprio una scelta di vita. Fatto sta che ho cambiato vita. E sono finito a lavorare alla fornace Giussani, qui alla Snia, nella stessa strada dove abitavo, che è quella dove mi sono sposato e dove ho preso casa. Il primo lavoro che mi è stato assegnato è stato quello del fuochista per la cottura dei laterizi e quando facevo le notti, da solo, piangevo. Rimpiangevo il fatto di stare in giro, in mezzo alla gente, col camion. Trovarmi lì da solo era pesante per me. Le prime volte che ho fatto questi turni chiamavo i miei ex colleghi di lavoro, li immaginavo sul camion. Li chiamavo e chiedevo: “Dove sei?” Quando chiudevo il telefono, mi mettevo a piangere perché ero lì da solo e mi veniva il magone. I primi mesi sono stati duri ad abituarsi a star chiuso in un’azienda. Un trauma. Mi venivano in mente molti momenti belli, come quando alla sera con i colleghi in Puglia c’era la tavolata di tutti gli autisti ed era una baldoria. Trovarsi in fornace la sera, da solo, mi faceva tristezza. Poi però mi sono trovato bene. Alla fornace ho fatto 5 anni come ruspista movimento terra ed ero all’aperto. Arrivano i camion a scaricare argilla: prendevo la terra, la mettevo nei contenitori, nei silos, dove andava dentro le macine, riempivo i cassoni e praticamente preparavo la materia prima che serve per fabbricare poi i mattoni. Dopo 6 anni è nata mia figlia Giorgia e più tardi ho avuto una richiesta di lavoro da parte di mio cognato che aveva una lavanderia industriale. Adesso sono responsabile di produzione in una lavanderia industriale con 30 dipendenti. Lavoro a Cesano Boscone, dentro La Sacra Famiglia. Lavoro distante da casa, sono 35 Km da qui a lì, però è un lavoro che sta andando bene.

 

I cambiamenti nella vita e nel quartiere

Con i miei primi soldi ho comprato le cose che mi piacevano. Ho comprato la prima moto quando avevo 16- 17 anni: un Honda. L’ho comprata prima di avere la patente per la macchina e l’avevo pagata, nuova, 3.000.000 di lire. Io lavoravo, ma mio padre mi ha aiutato a pagarla. Quando avevo 19-20 anni, ero appena tornato dal militare, mi sono comprato la macchina. Questi sono stati i primi acquisti grossi. La moto, quando ero ragazzo, la usavo per andare in giro anche la sera: tornavo dal lavoro e si usciva con gli amici. Adesso quando torno dal lavoro vado a dormire. Negli anni d’oro della mia gioventù avevo un amico speciale che si chiama Fuso Robertino. Abitava nella mia via, nel mio palazzo. Ci siamo persi di vista, ma siamo cresciuti insieme. Ci siamo amati e odiati come si fa tra amici da ragazzini, ci siamo anche picchiati. Però siamo sempre stati grandi amici, siamo sempre cresciuti insieme. Abbiamo fatto tutta l’infanzia insieme: i giochi insieme, le prime morosine, i primi motorini, fino a quando ci siamo sposati. E da lì ognuno ha preso la sua strada e ci siamo un po’ persi di vista. Per me era un grande amico. In questi anni ho visto cambiare la Snia: le abitazioni e le persone che ci vivono. Sono andate via tantissime delle persone che vivevano qui prima. Molti sono stati sostituiti dagli stranieri. Vedo che possono esserci problemi qui perché tanti negozi sono chiusi o stanno chiudendo: la farmacia ha chiuso, l’unica banca che c’era chiuderà a giorni. Ho l’impressione che la Snia sia un po’abbandonata e dimenticata da tutti. Questa non mi sembra una cosa giusta, anche perché mi sembra ancora un posto molto attivo, pieno di persone. Io penso che nessuno sia contento di questa situazione, dove le persone scappano e un paese viene abbandonato. A me sembra una cosa brutta. Io scelgo di abitare qua perché ci sono affezionato alla Snia. Sono cresciuto qui. Quando ho comprato la casa il quartiere aveva ancora tanto da offrire, ma negli ultimi due o tre anni sta andando in declino e la cosa sta diventando abbastanza preoccupante. Avevo sentito di diversi progetti che dovevano essere realizzati, ma, a parte la stazione, mi sembra che nulla si stia muovendo. Speriamo che le cose cambino.