Camilla Giussani

L’infanzia e le scuole: dentro e fuori “Il Milanin”

Mi chiamo Camilla Giussani sono nata nel 1938 a Milano. Sono nata a Milano perché mia mamma è andata in clinica a partorire, ma io son sempre stata qui alla Snia. I miei genitori vivevano nella famosa “Baracca Nera”, una costruzione adiacente allo stabilimento Snia. Il progetto della fabbrica era quello di definire i confini della sua proprietà nel modo più regolare possibile, così proposero a mio padre di lasciare il terreno su cui sorgeva la Baracca Nera, in cambio gli hanno diedero un fabbricato poco distante e la possibilità di usufruire dell’acqua del pozzo Snia. Così, i miei genitori con i loro quattro figli, io ho un fratello e tre sorelle, si trasferirono e inaugurarono la trattoria “Belvedere”. Ricordo diverse cose della guerra, ricordo quando hanno bombardato l’Altopiano, e da casa mia si vedevano le fiamme, io con mio fratello si andava sulla terrazza a vedere. Durante il periodo della liberazione casa mia era piena di mitragliatrici e di partigiani: sembrava che il Duce, che stava scappando in Svizzera, sarebbe dovuto passare di qui, quindi si erano appostati tutti qui. Poi qui sotto nella mia taverna, che allora era la cantina, la signora Castoldi aveva nascosto dei neri che avevano aiutato a scappare dal campo di concentramento. C’era il campo di concentramento qui, dove c’era il campo sportivo. Me li ricordo bene perché all’epoca era raro vedere dei neri, erano Americani. Io la guerra l’ho vissuta con i partigiani che mio padre cercava di aiutare e che nascondeva nel locale. Non ho mai sofferto la fame, perché in casa mia il cibo c’è sempre stato e mio papà cercava di nascondere qualcosa anche per chi non poteva. Mi ricordo una volta che mio padre ha nascosto dei sacchi di zucchero e riso nei locali di un geometra genovese che lavorava all’Acna e che viveva qui da noi perché aveva sentito che stavano arrivando i repubblichini a far man bassa. Anche se i miei genitori non lavoravano in fabbrica, io ho frequentato l’asilo e le scuole elementari della Snia. La fabbrica provvedeva a tutto: c’era il cinema, c’era l’asilo, era tutto nelle case Snia, c’era il nido, qui c’era tutto! Chiamarlo “Milanin” era veramente appropriato. In terza elementare i miei mi hanno messa in collegio, così fino alla terza media sono stata a Seregno. Dopo le medie mi sono iscritta a ragioneria a Cesano, ma non mi piaceva. Erano i primi anni che c’era la scuola qui. Quindi sono andata dalle Orsoline a Saronno e ho finito la ragioneria là. All’epoca qua al Villaggio eravamo solo sei o sette persone a fare le superiori.

 

Le mie amiche in giro a giocare e io al bar!

Intanto però ho iniziato anche a lavorare. Infatti i miei mi hanno permesso di continuare la ragioneria, ma alla domenica pomeriggio io dovevo dare il cambio ai miei fratelli per lasciare loro liberi, quindi la domenica pomeriggio io ero sempre al bar. Le mie amiche in giro a giocare e io al bar! Però lavorare lì mi permise di conoscere tante persone, qui al Villaggio ci si conosceva tutti. Si organizzavano tante belle cose. Per esempio io, avendo la fortuna di avere una casa grande, invitavo tutti gli amici il giovedì sera a casa mia e si ascoltavano i dischi, si giocava, si scherzava. Erano gli anni ’50 e non avevo la televisione a casa a quei tempi. I miei avevano la trattoria e c’era il programma Rischiatutto di Mike Buongiorno. Al giovedì sera io dovevo preparare la sala della trattoria con tutte le sedie a mo’ di sala del cinema perché veniva la gente a vedere Rischiatutto o Lascia e raddoppia. Quasi tutte le persone che conoscevo lavoravano in fabbrica, la nostra vita era regolata dalla sirena e la locanda era sempre piena di persone che lavoravano in Snia. Anche se né io né i miei genitori abbiamo mai lavorato nello stabilimento, la Snia era anche la nostra vita.

 

Tutti si sono dimenticati di tutti!

Quando mi sono diplomata i miei mi hanno premiata con un viaggio di un mese in Inghilterra e al mio ritorno ho continuato a studiare lingue, mi sono iscritta in una scuola privata di Milano. Avevo vent’anni quando è morta mia mamma, lei ha cominciato a non star bene per l’asiatica ed è morta praticamente per questa malattia. Nel 1958 c’è stata un’epidemia di asiatica e son morti in tanti. Quando è morta mia mamma ho dovuto lasciare la scuola di lingue. Mio papà aveva la trattoria ancora funzionante e i miei fratelli avevano aperto da poco il Bar Sport, qui al Villaggio. C’era tanto da lavorare e ho dovuto maturare all’improvviso. Dopo che è morta mia mamma sono rimasta sola a gestire la locanda. Mio fratello si è sposato dopo sei mesi e anche mio papà dopo un anno si è risposato. Avevamo affittato la trattoria, ma non la locanda. All’epoca c’erano tante ditte che venivano a lavorare in Snia e venivano a dormire da noi. Venivano in tanti e noi avevamo tante camere. Mi han lasciato la gestione della locanda come entrata per me. Quando mia mamma è morta io non lavoravo, aiutavo al bar e in trattoria, ma non avevo un mio lavoro. Quindi mio padre mi ha lasciato la gestione di queste camere. Ho conosciuto mio marito al funerale di mia madre. Dopo che lei è morta lui mi è stato molto vicino e dopo due anni, nel 1960, ci siamo sposati. Da sposini ci siamo trasferiti qui in Via Julia, dove viviamo tutt’ora. Il palazzo era di mia mamma, quindi i miei fratelli e io l’abbiamo ereditato. Nel 1963 è nata la mia prima figlia, Maura. E nel ’65 il secondo, Dario. Mio marito viene dalla Carnia ed è stato un alpino. È stato anche vicepresidente dell’associazione nazionale alpini di Milano. Io sono stata molto attiva a livello sociale: ero segretaria alle scuole a Cesano, ho lavorato molto con Don Paolo, organizzavo con altre donne l’oratorio estivo, facevo parte del consiglio pastorale, poi mi sono dimessa per delle incomprensioni. Insieme a Maura organizzavo le feste estive in Via Riccione. Era sempre pieno di gente. Poi hanno fatto in modo che non si facesse più nulla. E da lì, con la contemporanea crisi e chiusura della fabbrica, la Snia è morta. Ma prima ci si aiutava tutti, eravamo tutti una grande famiglia. Casa mia la chiamavano la “Ca’ granda” perché era sempre frequentata da tantissime persone. Adesso, tutti si sono dimenticati di tutti.