Progetto

Un anno di lavoro al Villaggio Snia

 

Immaginate un quartiere nato (novanta anni fa) e cresciuto intorno ad una grande fabbrica, proprietà di una delle più importanti industrie italiane; quindi case, scuole, negozi, strutture sportive e ricettive sorte intorno ad uno stabilimento in grado di dare lavoro nel momento di massimo fulgore a cinquemila persone. È una comunità che ha il lavoro e la fabbrica come riferimento comune. Tutti parlano la stessa “lingua”, anche se i dialetti si mischiano, gli immigrati vengono a trovar lavoro da tante regioni d’Italia. Dopo varie vicissitudini la Snia va in crisi, nei primi anni Duemila, deve chiudere i suoi stabilimenti. Nel giro di poco il quartiere perde il suo “centro”; con la fabbrica chiusa si crea una voragine, viene meno il lavoro, il legame naturale fra le persone, la stessa ragione per stare qui. Gli operai e gli impiegati si trasferiscono, il quartiere si svuota, a poco a poco chiudono le attività commerciali: ma quelle case erano per quei tempi all’avanguardia, la zona è tranquilla e ricca di verde, nulla a che vedere con le periferie metropolitane; arrivano migranti di diversi Paesi ad insediarsi qui, attratti anche dall’accessibilità di affitti e prezzi. A questo punto il quartiere si ripopola ma cambia la sua composizione chimica, perché non c’è più il principio attivo della fabbrica e del lavoro; letteralmente non c’è più una lingua comune, oltre a non esserci una memoria condivisa. Come stare insieme, come dialogare?

L’idea viene grazie ad un bando del Fondo Europeo per l’Integrazione, che finanzia progetti di dialogo interculturale. La cooperativa di ricerca sociale “Codici” di Milano incontra la cooperativa “Le Stelle”, che in quel quartiere ha aperto un centro diurno. L’esperienza di progetti di coesione sociale che Stefano Laffi e Matteo Balduzzi hanno sviluppato per “Codici” in altri territori viene proposta al Comune, che raccoglie la sfida e candida il progetto, poi finanziato. L’obiettivo è chiaro: aiutare il quartiere a rinascere, senza cancellare il passato, ma riconoscendo la nuova identità in trasformazione, cambiando l’immaginario collettivo da quartiere ghetto a zona piacevole, animata e interessante. Abbiamo lavorato un anno per questo. Insieme a tante associazioni, gruppi e singoli cittadini generosissimi nel tempo e nelle competenze messi a disposizione abbiamo provato a costruire dialogo senza far dibattiti, senza insegne ideologiche, semplicemente generando situazioni che spontaneamente mettono in relazione le persone indistintamente dalla loro provenienza. E pur essendo ricercatori sociali e operatori culturali non abbiamo voluto scrivere un report o un libro, ma un magazine. Nello stile leggero e molto “visuale” delle riviste di moda e di attualità – in fondo la Snia produceva filati – proviamo qui a raccontare a tutti, davvero a tutti, quel che è successo.

Perché molto è successo in quest’anno. Migliaia di persone si sono ritrovate nelle feste del quartiere per stare bene insieme, mangiando e ballando insieme, dipingendo o guardando immagini del passato, giocando coi loro figli e con la propria memoria. Abbiamo riportato alla luce gli archivi fotografici della fabbrica ma anche le foto di famiglia dei residenti, oltre alle loro storie di vita, perché passato e presente si intrecciano e la storia è in fondo la stessa anche se cambiano i luoghi di partenza, è quella di chi viaggia per trovar lavoro. Abbiamo giocato coi bambini per promuovere il dialogo sin dall’infanzia e abbiamo giocato coi vestiti, mettendo in scena una sfilata di moda con gli abiti creati coi filati della Snia, recuperati dalla fabbrica e indossati dalle ragazze italiane e straniere del quartiere. Abbiamo creato orti condivisi e trasformato le facciate dei palazzi con le gigantografie di quegli archivi, abbiamo appeso ai fili del bucato le storie delle persone nell’installazione dell’ultima festa… C’è sempre una bellezza potenziale in ogni luogo, capace di generare dialogo: siamo andati alla ricerca di quella, l’abbiamo trovata, eccola.