Il museo diffuso

Una fabbrica chiusa, case di operai senza più operai, negozi abbandonati, aiuole incolte. A prima vista il Villaggio Snia potrebbe sembrare l’emblema del passato, di un passato glorioso ma tramontato. Ma non è così. Questo non è un quartiere dormitorio, gli edifici sono belli e non somigliano ai condomini di periferia, ci sono molti spazi verdi, per strada giocano bambini di tante nazionalità, qui si trovano colori e spezie che non vedi altrove. Insomma, la storia è andata avanti, nuovi racconti popolano questo quartiere e il passato resta soprattutto nella memoria di chi è rimasto.

Da qui l’idea di un “museo diffuso” che mostrasse – negli stessi luoghi in cui si genera – la “bellezza” di tutto questo: non la nostalgia del passato come dialogo da panchina ma il racconto orgoglioso di cosa è stato, non la negazione del cambiamento multiculturale di oggi ma la storia dei nuovi residenti venuti da lontano, perché gli uni possano conoscere e ri-conoscere gli altri. Il passato è uscito da quei dialoghi sottovoce, le storie sono uscite dal segreto delle biografie personali, le foto sono uscite dagli album di famiglia e dagli archivi di fabbrica e tutto questo ha finalmente visto la luce.
Le storie e le immagini uscite allo scoperto hanno acquisito una nuova dignità, sono diventate “opere” di un’esposizione a cielo aperto.

In che senso “museo diffuso”? Le storie di vita dei residenti di ieri e di oggi sono state pubblicate periodicamente con le loro immagini sul “Giornale di Seregno” ma sono diventate anche un’installazione artistica, ovvero fogli di testo e di immagini appesi ai fili del bucato nel giorno della festa conclusiva del progetto; le case si sono trasformate in “palazzi illustrati” perché in corrispondenza delle finestre cieche erano visibili quello stesso giorno gigantografie delle immagini provenienti dagli archivi di fabbrica, mentre in una delle aiuole, vicino alle panchine, si potevano ascoltare le voci registrate di chi ci ha raccontato la propria storia.